Il mio primo contatto con la Patagonia è passato attraverso la bellezza selvaggia e solitaria della Peninsula Valdes.

Il primo contatto con la Patagonia ha avuto per me il profilo infuocato dell'orizzonte.
Sono partito da Buenos Aires prestissimo e, poco prima di atterrare, ho visto sotto di me un mare scuro e il profilo nero di una terra che sembrava galleggiare sull'acqua, alla luce acerba e rossa del giorno nuovo.

Solitamente per visitare questa parte di Argentina si atterra a Trelew il cui aeroporto però ho trovato chiuso per lavori e, di conseguenza, sono atterrato nel minuscolo scalo di Puerto Madryn. Dopo il caldo della capitale, un'aria frizzante mi ha accolto insieme ai cespugli bassi e alla terra arida della steppa patagonica.

Da lí ho affittato un'auto per dedicare un paio di giorni alla Peninsula Valdes, gioiello naturale che si allunga sull'Atlantico e sembra un mondo a parte, arcaico e silenzioso, fatto di ampie strade sterrate e solitarie, di guanacos e gauchos, di estancias e di elefanti e leoni marini.

Guidare su queste strade ti da il tempo del pensiero e del sogno. L'orizzonte a 360 gradi che abbraccia il tuo sguardo, la calma che si fa pian piano spazio fra i respiri e le rare nuvole di polvere che annunciano i pick up che incrociano la tua direzione, mi hanno fatto sentire davvero in viaggio, mi hanno regalato l'illusione di essere un pioniere, in queste terre che i pionieri li hanno visti davvero.

Il primo stop lo faccio a Puerto Pyramides. C'è un gran vento che spazza la spiaggia sconfinata dalla quale in maggio si possono vedere le balene che transitano zitte ed enormi sul limitare del mare.
Il villaggio è piccolo e, a metà mattina, non c'è molta gente. L'atmosfera è quella di un ultimo avamposto, sereno però e lento, prima del grande oceano.
Ci sono piccolissimi bar, qualche ristorante, un albergo blu che si chiama "Portofino" e la banca più piccola che io abbia mai visto.

Puerto Pyramides

Riprendo la strada verso Punta Delgada dove ho scelto di passare la notte. Quando sono ad una manciata di chilometri dal faro, un cancello mi sbarra il sentiero e mi ci vogliono un paio di minuti per capire che non ho sbagliato strada; devo solo scendere, aprire il grosso chiavistello di ferro che lo fissa, passare e richiudere tutto alle mie spalle. Mi guardo intorno e il vento spazza la penisola. Quattro guanacos mi guardano perplessi, hanno capito al volo che non sono di qui.

Dormirò a pochi metri dal faro bianco e rosso che guarda l'oceano, sopra una spiaggia che non mostra la sua fine, piena di cuccioli di elefanti marini che riposano. Passeggiando lentamente ci si può avvicinare fino a pochi metri, hanno occhi belli, dolci, e un atteggiamento placido ma appena aprono la bocca e gridano, ti fanno tremare lo stomaco.

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Nella taverna dell'hotel c'è un agnello che da ore si cuoce davanti al fuoco sotto lo sguardo attento di un ragazzo che sembra sprofondare dentro il suo mate; fuori dalla recinzione invece una carcassa di balena che il mare ha restituito sembra star lí a fare la guardia.

Quando finisco di cenare ed esco fuori c'è attorno a me un buio ed un silenzio sconosciuti, affascinanti, sconfinati, spaventosi.
Nel frattempo si è coperto e la luna non si vede, fino a quando il vento, che non ha mai smesso di soffiare, sposta un paio di nuvole e mi mostra uno straccio di cielo con stelle brillanti, cosi diverse da quelle di casa mia.

Il giorno dopo il vento non molla ma ci sono meno nuvole e luce ed ombra giocano ad alternarsi. Vado a vedere una scogliera poco distante, ci si arriva con un defender che lentissimamente percorre sentieri sconnessi. Solo un paio di mulini e una vecchia costruzione spezzano il paesaggio monotono e bellissimo.


Dalla scogliera vedere la colonia di leoni marini confonde il fiato, sembrano stare lí dall'inizio dei tempi, sembrano raccontare una favola mai sentita. Davanti a questi paesaggi cosi vergini e vasti mi sorprendo a sentirmi come un intruso, sembra che tutto ció che ho intorno mi imponga un silenzio doveroso, rispetto, cautela.
Anche quando riprendo l'auto per proseguire verso nord quella stessa impressione non mi abbadona, sta seduta lí, accanto a me e guarda dal finestrino.

Mi accompagna sia alla caleta Valdes, sia a Punta Norte ed infine anche nella spiaggia nera poco distante dalla estancia San Lorenzo.
Dopo essermi fermato a pranzare in un ex stalla per la tosatura delle pecore che ora è un accogliente stanzone in cui si può mangiare ottimamente, sono sceso alla spiaggia per ammirare i pinguini.
La maggior parte dei turisti si dirige verso Punta Tombo dove le colonie sono più numerose ma io vi suggerisco questo angolo della peninsula Valdes dove, con pochissime persone, potete avvicinarvi ai pinguini e vederli con calma, mentre, un po' buffi, trotterellano sulla battigia.

Quando ormai uno dei tanti bellissimi crepuscoli di questo viaggio mi accompagna fino a Puerto Madryn, inizio a pensare a come sarà proseguire verso sud, fino alla fine del mondo, in quel lembo di pianeta che ha l'affascinante nome di "Terra del fuoco".

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Un grazie di cuore a Mauro Olivero, alias Mastro Patagonico, grande esperto di Sudamerica e soprattutto di Argentina, insostituibile riferimento per l'organizzazione di questo viaggio.

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