In una città immensa come Buenos Aires serve un posto per guardarla con calma. Per fortuna la capitale argentina offre posti perfetti per questo: i caffè.

Buenos Aires è stata per me fermarsi ad un caffè.
So che sembra riduttivo, e certamente lo è, ma il viaggio, almeno per me, è fatto di sensazioni piccole, impressioni, istantanee. "La Capital", come spesso la chiamano gli argentini, è immensa. 3 milioni di abitanti, e altri 10 se conti anche la Gran Buenos Aires. Come si fa ad abbracciarla tutta in una volta? Per forza devi scovare un angolino per sbirciarla piano piano.

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Tutto qui ha una certa solennità: l'Avenida 9 de Julio è forse la strada più larga al mondo, intasata di rumore, gente che attraversa e taxi gialli e neri che sfrecciano ai lati dell'obelisco, cartolina della città. E poi c'è la Casa Rosada che impressiona e zittisce per tutta la storia che conserva davanti alla sua piazza dolorosa di mamme che sono diventate nonne senza avere risposte.
La sua facciata figlia del colore rosso e bianco di federali e unionisti che hanno cercato la pace in un colore; il balcone da dove Eva Peron si è consegnata alla Storia, l'accampamento dei veterani delle Malvinas, un'enorme bandiera bianca e celeste con il sole al centro che sventola davanti al sole, quello vero.

Accanto a Plaza de Mayo c'è la sua cattedrale che fu di Papa Francesco, anch'essa solenne e crepuscolare, che mi pare incarnare silenziosa lo spirito di questa città, con gli altari dedicati ai suoi eroi e i crocifissi dagli occhi tristi.

Non è certo un caso se il Tango arriva da questo "grande villaggio" in cui uomini lontani da casa, zuppi di malinconia, ballavano tra loro per far star zitti i ricordi.
Quei passi decisi, quei corpi precisi e la musica del bandoneon che ti fa passare la tristezza e ti fa ballare, nelle milonghe della Boca o di San Telmo.

Che quartieri quelli! La Boca del treno merci che passa in mezzo alle vie dei ristoranti, la Boca delle case di lamiera colorata; anch'esse, guarda un po', tentavano di trasformare la povertà in una cosa bella. La Boca della magia della Bombonera, di tifosi unici al mondo che cantano all'unisono l'azul e l'oro de Los Xeneises, i genovesi immigrati che fondarono questo mitico club dandogli i colori della bandiera della prima nave spuntata all'orizzonte del porto.

Da qui la Recoleta e Palermo sembrano cosi lontani, il Barrio Norte e la zona ricca, sembrano un altro pianeta. Persino Puerto Madero, al lato del centro, con i ragazzi che vanno all'università e il grande fiume che sembra un mare, pare lontano.

San Telmo no, San Telmo è sempre a sud, ad un passo. San Telmo con i suoi artigiani, il suo mercato antico, con i negozietti uno attaccato all'altro, le vie strette, il bar rotondo al centro, l'orologio grande che scandisce un tempo diverso, le cianfrusaglie, le munecas.
È qui che ogni 4 passi ti vuoi fermare per un caffè, perché questi caffè sono un'altra cosa. Profumano di scrittori e politica, di donne e musica, di sere di primavera, di legno vecchio. Non c'è solo il magnifico caffè Tortoni a Buenos Aires, tanto giustamente celebrato, ma c'è El Federal, il Cafè de la poesia, il Margot, il bar de Cao, il Celta, il cafè de Los Angelitos.

È qui che vi dovete fermare per pensare a tutto quello che avete visto, a tutti i quartieri, a tutti i profumi, ad Evita ed ai militari, al ruggito della Bombonera ed alla mano de Dios di Maradona, al tassista che vi ha raccontato che suo nonno era di Benevento, ai banchi di San Telmo e alle strade enormi, alle chiese solenni e buie, alla luce di questo Paese e di questo Continente, è qui che potete sognare di chiacchierare con Borges o con Cortazar, è qui che sentirete la voce di Carlos Gardel, bella come un pianto.
È qui che forse capirete perché Buonos Aires è stata per me fermarsi ad un caffè.

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Un grazie di cuore per l'aiuto nell'organizzazione del viaggio, per le dritte preziosissime e i consigli preziosi a Mauro Olivero, alias Mastro Patagonico, grande esperto di Sudamerica e di Argentina in particolare. Senza di lui non sarebbe stato lo stesso viaggio.

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