
maggio 2026
Da New York a Vienna, un viaggio ideale tra le opere di Klimt, padre dell’Art Nouveau. Ecco le sue 15 migliori opere
Gustav Klimt è uno degli artisti più amati e popolari di tutta la storia dell’arte. Nasce il 14 luglio 1862 a Vienna, città a lui sempre cara. Dopo aver frequentato la Scuola di Arti Applicate, insieme a un gruppo di giovani artisti fonda, nel 1897, la Secessione Viennese, un movimento di ribellione agli stretti e obsoleti canoni accademici. Con il motto “All’arte la sua libertà, al tempo la sua arte” questo movimento intende rinnovare l’arte in ogni campo.

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La Speranza II (1907-1908)
Questo viaggio inizia al MOMA di New York, dove dimora La Speranza II. È una delle opere più note del periodo dorato dell’artista, caratterizzata da decorazioni ricche e simbolismo legato alla maternità e alla vita. Non è così frequente trovare raffigurazioni di donne in gravidanza nella storia dell’arte. Klimt ritrae donne incinte due volte: prima con La Speranza I e, poi, con La Speranza II. In questo caso Herma, la modella di entrambi i quadri, indossa una lunga veste decorata con forme geometriche che ne nasconde il corpo quasi totalmente, trasformandolo in un oggetto d’ornamento. La figura, statuaria e completamente assorta in se stessa, tiene sul grembo un teschio, mentre ai suoi piedi sono chinate tre donne, che sono in un atteggiamento ambiguo tra lutto o preghiera. Vita e Morte, in quest’opera come in molte altre di Klimt, collimano nel significato dell’esistenza.
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Ritratto di Mäda Primavesi (1912-1913)
Klimt ha dipinto parecchi ritratti, per la maggior parte di donne aristocratiche, spesso sprezzanti e altezzose: come se con nobiltà ed eleganza l’artista volesse dipingere il fascino decadente di una classe sociale in rovina. È qualcosa che percepiamo anche in quest’opera, nonostante Mäda Primavesi, immortalata in una posa così potente, sia solo una bambina di nove anni. L’artista riesce a conferire alla figura una presenza sorprendentemente adulta, accentuata dalla ricchezza decorativa dello sfondo e dall’uso raffinato del colore. I motivi ornamentali, tipici della sua produzione, dialogano con la naturalezza del volto, creando un equilibrio tra spontaneità infantile e costruzione simbolica dell’immagine. Per un faccia a faccia con lei occorre raggiungere il Metropolitan Museum of Art di New York.

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Ritratto di Adele Bloch-Bauer (1907)
Senz’altro uno dei più famosi dipinti di Klimt, nonché uno dei più rappresentativi del suo periodo dorato. È il trionfo dell’oro, senza mezze misure. Adele Bloch-Bauer, una ricca viennese, qui viene trasformata in un idolo: la sua veste, decorata con richiami di stampo bizantino, occhi magici, volute e quadratini, diventa un tutt’uno con il preziosissimo sfondo, senza che ci sia più distinzione tra piani prospettici, abbigliamento e corpo. La storia recente di questo quadro è inoltre tra le più avvincenti: confiscato dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale, fu rivendicato dopo decenni dalla nipote di Adele Bloch-Bauer, che era fuggita dall’Austria agli Stati Uniti. Successivamente venne acquistato da Ronald Lauder che, comprandolo per 135 milioni di dollari, rese il Ritratto di Adele Bloch-Bauer uno dei quadri più cari mai venduti al mondo. Oggi lo troviamo ancora lì, alla Neue Galerie di Ronald Lauder, a New York.

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Faggeto I (1902)
Si cambia continente e si cambia completamente tema: siamo in Europa e siamo di fronte a un paesaggio. Nonostante siano meno noti al pubblico, i paesaggi dipinti dall’artista viennese sono moltissimi. Uno di questi, che ben si presta all’osservazione dei caratteri salienti di questa tipologia di opere klimtiane, è il Faggeto I, custodito nella Galerie Neue Meister dell’Albertinum di Dresda. In quest’opera osserviamo un fitto faggeto, dove gli alberi, ritti e sottili, sembrano quasi volersi fare metafora della solitudine umana. L’orizzonte, come l’osservatore, è tagliato fuori dal quadro, creando uno scenario che, seppur vicino, rimane impenetrabile. Come per tutti i paesaggi di Klimt, si tratta, più che di un panorama, di una porzione quadrata di natura: come uno zoom sulla realtà, una sorta di “arte a pezzetti”.

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La Vergine (1913)
Terminato il periodo d’oro, Klimt sviluppa una pittura dai colori più marcati e dai tratti più decisi. Ciò si vede bene in La Vergine, tela del 1913 custodita presso la Národní galerie di Praga. L’opera possiede una forte essenza erotica: il pittore raffigura sei donne aggrovigliate tra loro in posizioni audaci, abbandonate in vortici di fiori coloratissimi. I temi centrali del quadro sono quelli umani della sessualità, dell’amore e della rigenerazione, come suggerisce la forma circolare della composizione. Il dinamismo delle figure e l’intensità cromatica creano un effetto avvolgente, quasi onirico, che amplifica il senso di fusione tra corpi e natura.
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Fregio di Palazzo Stoclet (1904)
Nel 1904 l’industriale Adolphe Stoclet commissionò agli artisti delle Secessione Viennese la costruzione della sua dimora a Bruxelles, quello che oggi conosciamo come Palazzo Stoclet. Liberi da ogni condizionamento, i giovani secessionisti poterono cimentarsi, finalmente, nella realizzazione di un’opera d’arte globale. Klimt si occupò della decorazione della sala da pranzo, dove realizzò un enorme e meraviglioso fregio a mosaico, di funzione, principalmente, ornamentale. Quattro sono i soggetti rappresentati dall’artista: l’Albero della Vita, l’Attesa, l’Abbraccio e il Cavaliere. Essendo Palazzo Stoclet una residenza privata, non è accessibile al pubblico ma il Museum für angewandte Kunst (Museo delle Arti Applicate) di Vienna custodisce tutti i cartoni preparatori del fregio.

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Morte e Vita (1910)
Vienna è la madre e la casa di Klimt. È qui che si trovano le più importanti collezioni dedicate alla sua arte. Il Leopold Museum conserva una delle raccolte d’arte moderna austriaca più ampie al mondo, che comprende anche numerose opere di Klimt. Tra queste, una delle più importanti è Morte e Vita, un dipinto del 1910 in cui il pittore dà spazio a una potente raffigurazione allegorica dell’esistenza: la Morte, rappresentata da uno scheletro avvolto in una veste rivestita di croci, si contrappone minacciosa alla Vita, simboleggiata dal gruppo di personaggi, aggrovigliati tra loro, sulla destra del quadro. La contrapposizione delle forze di Eros e Thanatos, riportata su una tela.
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Fregio di Beethoven (1902)
Nel 1902 i secessionisti viennesi organizzano una mostra interamente dedicata a Ludwig van Beethoven per celebrare la musica, regina di tutte le arti, e l’ideale del Genio artistico, che lo stesso Beethoven impersonava. Il Fregio fu dipinto da Klimt proprio in quell’occasione, lungo le pareti del Palazzo della Secessione, dove tutt’oggi si trova. Lasciandosi ispirare dalla Nona Sinfonia, Klimt dipinge tre sequenze tra loro connesse: L’anelito alla felicità, le Forze ostili e l‘Inno alla gioia. Il messaggio allegorico è, a differenza del Fregio Stoclet, in tal caso potentissimo, come lo è il suo decorativismo.

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Il Bacio (1907-1908)
La Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, ospitata in uno dei palazzi barocchi più belli d’Europa, conserva un enorme numero di quadri firmati da Klimt e selezionarne pochi importanti non è impresa facile. Nonostante questo, si può affermare che il posto d’onore spetti a Il Bacio, l’opera in assoluto più popolare dell’artista viennese, oltre che una delle più celebri in tutta la storia dell’arte. Il dipinto appartiene, com’è ben evidente, al periodo d’oro dell’autore, e raffigura due amanti mentre si stringono in un bacio appassionato. Come nel Ritratto di Adele Bloch-Bauer, lo sfondo dorato abbraccia le vesti dei due personaggi, decorate con motivi che richiamano i canoni bizantini, volute, forme geometriche e fiori variopinti. Un decorativismo sfrenato, regalato al tema della passione umana.
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Giuditta I (1901)
La prima cosa che sorprende osservando questo favoloso dipinto è la massima espressività resa nei lineamenti del volto del soggetto, la modella Adele Bloch-Bauer. In questo dipinto, risalente al 1901 e custodito all’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Klimt ritrae Adele nei panni di una prorompente, sensualissima Giuditta, immersa in un bagno d’oro e impreziosita da particolari minuziosi. La testa di Oloferne, tra le mani della donna, si intravede appena nell’angolo in basso a destra: la femme fatale, seduttrice crudele, è per l’amante addirittura letale.

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Girasole (1907)
Quello del girasole è un soggetto insolito nella pittura klimtiana e, proprio per questo, particolarmente degno di nota. Acquisito relativamente di recente dalla Galleria Belvedere di Vienna, questo quadro ritrae un girasole immerso in una natura verdeggiante e, come succede in tutti i paesaggi di Klimt, impenetrabile. Molti critici sono convinti che, più che di un semplice zoom sulla natura, in tal caso siamo di fronte, di nuovo, ad una sorta di ritratto femminile: la geometria del girasole, che a fatica si distingue dallo sfondo, è, effettivamente, inconsueta e potrebbe essere associata a un personaggio antropomorfo. Non bisogna dimenticare che Klimt era anche un simbolista: l’equivalenza donna=fiore e fiore=donna doveva essere per lui assolutamente lecita e condivisibile.
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Signora con cappello e boa di piume (1909)
Di nuovo un ritratto, di nuovo alla Galleria Belvedere. Dipinto dall’artista viennese nel 1909, questo quadro ha un significato importante, perché rappresenta un punto di rottura con la tradizionale ritrattistica klimtiana. Innanzitutto, la donna del quadro, ritratta a mezzo busto e non a figura intera, viene immortalata in un’ambientazione esterna (una strada di Vienna) e non nell’atelier del pittore. Inoltre, i motivi decorativi tipici dei ritratti femminili di Klimt, in Signora con cappello e boa di piume vengono meno: il vortice adimensionale di geometrie e spirali che tipicamente coinvolge abiti e sfondo scompare, e la protagonista inizia ad acquisire una certa indipendenza dallo sfondo.

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Adamo ed Eva (1917-1918)
Adamo ed Eva fa parte, ancora, della collezione della Galleria Belvedere. Si tratta dell’ultima opera che il pittore realizzò prima di morire, tant’è che fu ritrovata nel suo atelier ancora incompiuta. Questa tela verticale appartiene all’ultima fase di Klimt, il cosiddetto “stile fiorito”, caratterizzato da colori cupi e da tratti decisi. Nonostante ritragga una coppia, è evidente come il soggetto centrale sia la donna, la quale nasconde, con il suo corpo e la sua luce, l’uomo alle sue spalle. È la figura della donna a rimanere, fino alla fine e in tutte le sue varianti, la più grande ossessione di Klimt.
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Giuditta II (1909)
Nel 1909 Klimt realizzò una seconda versione della Giuditta, che questa volta ci porta in Italia, alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia. L’ambivalenza della femminilità, che è sia bellezza, sia pericolosa seduzione, viene ulteriormente enfatizzata: la donna, pur sempre bellissima, in Giuditta II è meno delicata ancor più crudele, come si vede dalle mani che per i capelli trattengono la testa di Oloferne in un atteggiamento arcigno. I tratti si fanno più duri, lo sguardo più inquietante, mentre i colori intensi e il fondo scuro accentuano il senso di tensione e drammaticità dell’opera.

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Le tre età della donna (1905)
L’ultimo, bellissimo capolavoro di Klimt che conclude questo viaggio tra le sue opere è Le tre età della donna, oggi conservato presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Il pittore dà un volto all’infanzia, alla maternità e alla vecchiaia, tra loro contrapposte, in una rappresentazione della vita che, come spesso si vede nell’arte di Klimt, è inevitabilmente ciclica. In questo caso, la raffigurazione è tuttavia particolarmente toccante: la dolcezza della bambina commuove, la grazia della giovane donna incanta, la disperazione dell’anziana sgomenta. Siamo all’apice della raffinata poetica simbolista klimtiana.
