
aprile 2017
Viaggio del tempo nella vita quotidiana dei pompeiani di duemila anni fa
Una visita a Pompei non è solo un’esperienza archeologica: è un viaggio nel tempo. Il sito più famoso della Campania conserva non solo elementi urbanistici e architettonici, ma anche un’istantanea straordinariamente vivida della vita quotidiana di duemila anni fa. Passeggiando tra le sue strade lastricate, tra botteghe, terme, case signorili e luoghi di culto, ti ritrovi catapultato in una città che un giorno era piena di vita, con le sue abitudini, i suoi mestieri, i suoi riti sociali. Per capire davvero cosa significava vivere a Pompei nell’antichità, ecco 5 cose da sapere su usi e costumi dell’epoca.

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La casa
La casa signorile, la domus, aveva un cortile centrale scoperto, chiamato atrio, che era il cuore nevralgico della vita casalinga: al centro era posizionata una vasca, l’impluvium, che raccoglieva l’acqua piovana proveniente dalla fenditura del tetto, il compluvium. Intorno ad essa si trovavano le camere da letto, i cubicula, e la sala da pranzo. Quest’ultima fu successivamente sostituita dal triclinium, un locale in cui era servito il pasto, con un tavolo basso al centro e letti disposti a forma di “U”. Le pareti di questi ambienti erano spesso decorate con raffinati affreschi di III e IV stile, raffiguranti scenografie teatrali, paesaggi esotici e miti greci, pensati per sbalordire gli ospiti e mostrare il livello sociale del padrone di casa (dominus). Nelle cucine, poste lateralmente al cortile, oltre al focolare in muratura alimentato a carbone era collocato un lavabo, da cui partiva un tubo collegato direttamente all’adiacente latrina. I ceti meno abbienti, invece, vivevano in angusti appartamenti in affitto o nei retrobottega delle attività commerciali, privi di cucina e privi di servizi igienici privati.

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I pasti
La colazione (ientaculum) si consumava all’alba: pane e formaggio o gli avanzi della sera precedente, spesso accompagnati da fichi secchi e miele. A metà giornata si faceva uno spuntino veloce (prandium) in taverna: focacce, salsicce, frutta e dolciumi. Dal tardo pomeriggio si consumava l’abbondante cena (cena): antipasti (gustatio) con sale, verdure, uova, carne, pesce, dolci e frutta. I commensali mangiavano sdraiati, appoggiati sul gomito sinistro usando le mani o appositi cucchiai, e le cene erano allietate da cantori, poeti o suonatori di flauto. I più ricchi si concedevano piatti costosi come il garum, una salamoia di pesce fermentato prodotta su scala industriale proprio a Pompei ed esportata in tutto il Mediterraneo, e bevevano molto vino speziato e allungato con acqua. I meno abbienti bevevano invece la posca, fatta di aceto diluito nell’acqua, una bevanda dissetante ed economica usata comunemente anche dai soldati.

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Il lavoro
La giornata lavorativa iniziava all’alba e non durava oltre le otto ore. Le strade di Pompei erano affollate di gente occupata in diverse attività e piene di banchi e merci varie. I negozi (tabernae) erano generalmente a conduzione familiare e i lavori più redditizi erano quelli degli orafi, dei fornai, che producevano decine di tipi di pane nei loro grandi forni a legna, e degli argentieri. Molto diffuse ed economicamente rilevanti erano anche le fullonicae, le lavanderie dell’epoca, dove la lana veniva lavata e trattata usando l’urina come detergente naturale. Esistevano anche mestieri improvvisati, come quello dei maghi, che vendevano amuleti e pozioni contro il malocchio. Gli schiavi erano acquistati al foro come oggetti, esposti con le loro specifiche capacità, in base alle quali venivano poi impiegati nell’artigianato, nei lavori domestici o in campagna. Quelli istruiti di origine greca curavano la contabilità del padrone o l’istruzione dei suoi figli. I candidati politici, intanto, facevano dipingere sulle facciate delle case gli electoralia, veri e propri manifesti elettorali per catturare i voti dei cittadini.

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Le terme
Rappresentavano un’occasione sociale fondamentale e accessibile a quasi tutte le fasce della popolazione, spesso a un prezzo irrisorio. I pompeiani vi andavano quotidianamente per incontrare amici, conversare o cercare appoggi politici. Entrando, lasciavano i vestiti nello spogliatoio, l’apodyterium, dotato di nicchie nella parete per riporre gli indumenti, e si recavano in palestra per l’attività fisica, in piscina, nel caldarium per il bagno caldo o nel laconicum per il bagno turco. Un ingegnoso sistema di riscaldamento ad aria calda, l’hypocaustum, faceva circolare il calore sotto i pavimenti rialzati e all’interno delle intercapedini dei muri. Prima di uscire, passavano nel tepidarium, la zona temperata, e infine nel frigidarium per riattivare la circolazione con un bagno freddo. Lì ci si dedicava anche alla cura del corpo, massaggiandosi con oli profumati poi raschiati via dalla pelle mediante uno strumento metallico chiamato strigile.
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Il bordello
Anche a Pompei si svolgeva il mestiere più antico del mondo, in particolare nel Lupanare, da “lupa”, che in latino significa “prostituta”. Si trattava di un bordello molto organizzato, a differenza di altri luoghi di prostituzione casuale improvvisati al piano superiore delle botteghe o nelle locande. Il Lupanare aveva cinque stanze sia al piano terra che a quello superiore, oltre a una latrina: le attività si svolgevano su materassi poggiati su strutture in pietra e le pareti erano decorate da quadretti erotici raffiguranti le posizioni di accoppiamento, utilizzati come un vero e proprio catalogo delle prestazioni offerte. Le prostitute erano prevalentemente schiave greche e orientali e il ricavato andava al tenutario, il lenone. Sui muri di questo edificio sono stati ritrovati centinaia di graffiti incisi dai clienti e dalle ragazze, straordinarie testimonianze dirette che raccontano nomi, prezzi, battute e recensioni sull’esperienza vissuta.
